venerdì 10 luglio 2009

Repubblica trascina la stampa inglese nella sua sconfitta


Ripeto un concetto semplice da verificare: la stampa inglese, quella spagnola ed altri giornali americani hanno da tempo “sposato” e facendo da megafoni per la campagna che Repubblica, per conto del suo editore De Benedetti ha intrapreso contro il premier Silvio Berlusconi. De Benedetti si è già scontrato con Berlusconi, uscendone sconfitto. Ultimamente ha lasciato la guida delle sue imprese tenendo per sé solo il quotidiano La Repubblica con la sua galassia di giornaletti locali. Il motivo è semplice, vale a dire usare La Repubblica come giornale-partito contro l’odiato nemico.

Intendiamoci, come tutti i potenti anche Silvio Berlusconi ha i suoi bravi nemici. Tra questi spicca Rupert Murdoch proprietario di Sky Tv e di un impero di media impressionante: il suo gruppo editoriale raggiunge ogni giorno circa 4,7 miliardi di persone, i 3/4 della popolazione globale. Visto così, il “matrimonio” tra Murdoch ed il più modesto De Benedetti, era praticamente inevitabile. Anche se tra i due corre una differenza rilevante, non solo in termini di importanza e di dimensione, ma nella loro stessa storia. Murdoch è un vincente nato, così come De Benedetti è – all’opposto - un perdente fisso e la sua bestia nera si chiama Berlusconi.

Il meccanismo è semplice. Repubblica pubblica intercettazioni che vedono il premier italiano protagonista di scandali inesistenti e gonfiati ad arte, ma che gli italiani hanno rifiutato confermando voti e fiducia a Berlusconi. La battaglia di Repubblica coinvolge prima la stampa spagnola che risulta ovviamente poco influente, essendo un Paese di secondo piano sulla scena internazionale. Poi trova la sponda nella stampa inglese, la cui storia è costellata di brutte figure che vanno dal buffo al grottesco. Il meccanismo, ridicolo da descrivere, all'inizio provoca tuttavia non pochi imbarazzi all’immagine di Berlusconi. Ecco come funziona: Repubblica pubblica un articolo, alcuni giornali inglesi riprendono le notizie come fossero proprie, dopo di che Repubblica titola trionfante “La stampa inglese attacca Berlusconi!”.

Alla sinistra italiana che contava solo su magistrati italiani compiacenti non pare vero di poter avere al suo fianco Carlo De Benedetti ed il gigante Rupert Murdoch. Massimo D’Alema esponente di spicco della sinistra più fallimentare dichiarava pochi giorni fa: “Per il G8 ci sarà una scossa. Teniamoci pronti a riprendere il timone del Paese perché gli esiti sono imprevedibili”

Ed arriviamo ad oggi. Il G8 è un successo mondiale. D'Alema si rimangia le affermazioni sulla "scossa" che è mancata ed anzi lui stesso è apparso un po' scosso. I giornali inglesi hanno rimediato una figuraccia a livello planetario e fanno retromarcia come ha già fatto il piccolo Guardian. E Rupert Murdoch trascinato in questa brutta storia dal perdente De Benedetti? Lascio la parola alle agenzie che riportano “Intercettazioni illegali ai telefoni dei vip. Il gruppo editoriale che fa capo a Rupert Murdoch ha pagato oltre un milione e duecento mila euro in patteggiamenti extragiudiziali. Il pagamento è stato fatto per "appianare cause legali che minacciavano di rivelare le prove di ripetuti coinvolgimenti di giornalisti del gruppo nell’uso di metodi criminosi per ottenere informazioni" su personalità note della politica, dello spettacolo e dello sport”. Una brutta storia che è solo all’inizio e vede implicati grandi giornali e personalità del mondo politico inglese. De Benedetti, che quanto a disavventure giudiziarie è un navigato, è riuscito nella sua ultima battaglia a Berlusconi a realizzare un vero record: affondare la stampa inglese con il suo morente prestigio.

Qualcuno ha scritto “Non si è mai troppo prudenti nella scelta dei propri nemici”. Per Rupert Murdoch, dopo aver creduto ai diari di Hitler, avere affiancato il perdente Carlo De Benedetti che ha incrinato la credibilità di giornali del calibro del mitico Times, proprio non ci voleva. Berlusconi non ha mai risposto loro, con una indifferenza che ha il retrogusto dolce del disprezzo. Ma è stata solo l’ennesima battaglia. Forse potrebbe essere il momento giusto per andare in guerra!

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giovedì 9 luglio 2009

Il nostro agente all’Avana


Ve lo ricordate il film tratto dal libro “Il nostro agente all’Avana” di Graham Greene? Per gli smemorati è la storia di un povero venditore di aspirapolvere nella Cuba prima della conquista di Ernesto Che Guevara e che si lascia arruolare dai servizi segreti inglesi per rimediare qualche soldo. Così si inventa progetti di macchine da guerra che assomigliano un po' troppo ad un aspirapolvere. 59200/5. Un piccolo capolavoro sulla stupidità dei Servizi Segreti.

Nulla è cambiato da allora. Neppure gli inglesi. Oggi i “nuovi” inglesi sono i corrispondenti dei grandi giornali anglosassoni, che invece dei piani di improbabili aspirapolvere trasformate in macchine da guerra, citano invece come fonte delle loro notizie il giornale “La Repubblica” il cui editore è un tycoon italo-svizzero che ha lasciato le sue industrie, ma si è tenuto i giornali per provare a disarcionare Berlusconi, a costo di sputtanare l’immagine del Made in Italy nel mondo. I più creduloni sono i giornali inglesi, naturalmente, eredi a quanto pare delle mitiche corrispondenze dall’Avana del venditore di aspirapolvere.

Non tutti sanno che, pur essendo l’Italia un piccolo Paese, vanta la più grande organizzazione di corrispondenti esteri nel mondo con oltre 800 organi di informazione e 54 paesi rappresentati. Ma il faro dei corrispondenti dei giornali anglosassoni e spagnoli resta Repubblica, che spesso li rappresenta in Italia.

Il “gioco” è questo: Repubblica scrive un articolo contro il premier farcito di intercettazioni telefoniche non confermate e lo traduce già in inglese sul suo sito Repubblica.it ad uso dei corrispondenti meno dotati e di altri già alticci alle dieci del mattino, per sollevarli da ogni difficoltà. L’articolo di Repubblica finisce ad esempio sul Guardian, il Times, il NYT oppure su tutta la pletora di giornali di Rupert Murdoch, altro nemico giurato di Berlusconi con la sua Sky Tv. Repubblica a questo punto cita l’articolo apparso sui giornali anglosassoni e spagnoli e titola a piena pagina: “I giornali stranieri attaccano Berlusconi!”

Tuttavia qualcosa si muove. Ora i giornali più piccoli, come il Guardian pubblicano articoli firmati da Ezio Mauro, direttore di Repubblica, per evitare figuracce e smentite come è avvenuto pochi giorni fa. L’Herald Tribune pubblica una pagina per Di Pietro che denuncia la democrazia in pericolo in Italia a causa dell’odiato Berlusconi, ma lo fa come pubblicità a pagamento e senza responsabilità o commenti. Oggi il maggior giornale italiano riporta la notizia: “Un milione di sterline: è quanto hanno pagato alcuni giornali inglesi appartenenti al gruppo editoriale di Rupert Murdoch per le intercettazioni telefoniche illegali di numerosi personaggi pubblici. La somma è stata definita in seguito a transazioni extragiudiziali.”.

Ma gli allegri corrispondenti inglesi in Italia ridono felici nelle osterie nei dintorni di Via dell’Umiltà a Roma, con visi rubizzi ed espressioni catatoniche a causa del vino di Frascati. Qualcuno fatica persino a ricordare che giorno è. Ma per fortuna possono sempre contare sull'aiuto di Repubblica e senza bisogno di tradurre. Molto folcloristici!

mercoledì 8 luglio 2009

Repubblica: Il bene del Paese


Nel consueto sgranare di chiacchiere ed accuse al premier, Ezio Mauro su La Repubblica di oggi posta un articolo dal titolo che suona ridicolo e vagamente demenziale su quel giornale: “Il bene del Paese” scritto da Ezio Mauro.


Di quale Paese parli il Mauro, non lo dice. Immagino sia la Svizzera, la nuova patria del suo editore che si vanta di avere persino la patente di quel Paese e non si tratti invece dell’Italia dove sembra essere di modesta estrazione come reddito.

La Repubblica sul web è ormai diventato il giornale per antonomasia che passa le veline ed i testi ai giornali anglosassoni, che naturalmente accettano di buon grado questi suggerimenti che danneggiano non tanto Berlusconi, che se la cava benissimo col 64 per cento del gradimento, ma distruggono l’immagine dell’Italia e del suo Made in Italy.

Naturalmente al suo editore che, tra le tante cose, ha rifilato a suo tempo macchine fasulle alla Poste italiane oltre a 2500 dipendenti Olivetti allo Stato e che per questo finì pure in manette, l’immagine dell’Italia pare non interessare. Come Rupert Murdoch a loro sta a cuore rovinare Berlusconi, dal quale hanno collezionato solo sconfitte. Infatti anche in questo articolo, promettente solo nel titolo, sputtana l’Italia come al solito.

Il Guardian intanto ha fatto retromarcia “pizzicato” a fare un copia-incolla rivelatosi poi fasullo e mentre il New York Times prega Obama di prendere in mano il G8 perché la leadership è inadeguata, Obama davanti al nostro presidente della Repubblica ha dichiarato oggi “Italia e Berlusconi forte leadership”, affermazione rimbalzata su tutti i giornali del mondo.

“Repubblica 2000” come viene ormai soprannominata sulla Rete, perde un’altra battaglia. Spera in una rivincita futura con le foto di un pastore sardo e l’aiuto di qualche magistrato tardo-comunista, ma sarà un’altra sconfitta.

In Italia le cose vanno meglio che in altri Paesi perché, come dice Obama “C’è una leadership forte” e checchè ne dica "Repubblica 2000" ed il G8 ne sarà il sigillo, quello del successo annunciato. Ed Ezio Mauro? E’ solo Ezio Mauro, maggiordomo addetto alle pulizie di casa De Benedetti: fa il suo lavoro. Sporco.

domenica 5 luglio 2009

Michele Salvati ed il convitato di pietra


Nell’editoriale di oggi, Salvati sul Corriere della Sera inizia in modo inusuale smentendo cioè un suo collega del calibro del prof Angelo Panebianco e scrive:

“Magari le questioni sulle quali il prossimo congresso del Pd si dividerà fossero quelle descritte da Panebianco nel suo editoriale di martedì scorso! Di queste — la crisi della sinistra europea, l'incapacità di quella italiana di fare i conti col suo passato, l'amalgama non riuscito tra ex comunisti ed ex democristiani, i rapporti col sindacato, gli innesti liberali in un corpo non liberale... — si discuterà di certo, e con accenti differenti, ma non saranno le vere ragioni del contendere. È anzi probabile che saranno usate come pretesti per esprimere un dissenso profondo che serpeggia nel partito e ha a che fare con una questione del tutto diversa”.


Dopo di che il Salvati si avventura in una disquisizione sui personaggi e sui tormenti che animano la sinistra con un lessico fumoso e vagamente incomprensibile, segno che conosce bene i suoi polli, facendone parte attiva. Linguaggio che l’elettorato di sinistra disdegna perché incomprensibile e preferisce la chiarezza rozza della Lega e di Di Pietro che parla come un albanese da poco in Italia ma è percepito bene dai comunisti nostrani, per normale affinità elettiva e base culturale. L’attuale Pd deve molto al Salvati ideatore di questa creatura rivelatasi una intuizione errata e destinata alla sconfitta certa. Infatti conclude:

“Se i difensori del modello bipolare e del Partito Democratico come incontro-fusione delle culture riformiste laiche e cattoliche non danno battaglia, se non denunciano apertamente quella che per loro è una marcia indietro verso la Prima Repubblica, hanno già perso il congresso. Per loro si presenta un dilemma. Conflitto aperto, col rischio di traumi seri per il partito: questo non garantisce certo una vittoria, ma la rende possibile. Oppure quieto vivere e sconfitta sicura. Vedremo presto quale corno verrà scelto”.


Salvati farebbe bene ad occuparsi delle piccole beghe di una sinistra che ormai esiste solo nella sua fantasia e di pochi altri e a non invocare Angelo Panebianco, che non ha mai conosciuto i fallimenti delle idee balzane dei Salvati e dei suoi “compagni”. Siamo alle comiche finali. Parafrasando Woody Allen, un vero sinistro come Salvati invece di scrivere un pezzo inutilmente lungo faceva prima a dire: “Il Pd si trova oggi ad un bivio. Una via conduce alla disperazione, l'altra all'estinzione totale. Speriamo di avere la saggezza di scegliere bene”.

giovedì 2 luglio 2009

Di Pietro Re degli Ignoranti


L’ignoranza di Di Pietro, la sua mancanza di cultura, il suo essere rozzo così amato dai suoi elettori, oggi ha subito due sonore sconfitte. Riassumiamo. Il caso, secondo Il Velino, era stato aperto ancora una volta da una indiscrezione del settimanale L’Espresso: una cena a casa del giudice costituzionale Luigi Mazzella, alla quale erano stati invitati, oltre al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, anche il sottosegretario Gianni Letta, il ministro della Giustizia Angelino Alfano, Carlo Vizzini (presidente della commissione Affari costituzionali del Senato) e un altro giudice costituzionale, Paolo Maria Napolitano. Tanto è bastato per collegare la cena e l’identità degli ospiti alla pronuncia della Corte, attesa per il prossimo ottobre, sul cosiddetto “Lodo Alfano”, la legge che sospende i processi a carico delle più alte cariche dello Stato durante il loro mandato.

Antonio Di Pietro si è lanciato in una delle sue offensive e dagli scranni del Parlamento ha chiesto le dimissioni dei due giudici, accusati di aver “infangato la sacralità della Corte”, e l’intervento riparatore del presidente della Repubblica Napolitano. E la risposta del capo dello Stato, giunta nel pomeriggio, è stata lapidaria: non ha alcun fondamento istituzionale la richiesta avanzata da Antonio Di Pietro in Parlamento di un intervento del presidente della Repubblica sul comportamento dei due giudici, perché interferirebbe nella sfera di insindacabile autonomia della Corte costituzionale. Di Pietro, in polemica con l’inquilino del Colle ha replicato “Nessuno di noi potrà esserne convinto fino a quando i due giudici, che hanno trescato con l'imputato Berlusconi, non avranno rinunciato a presenziare all'udienza del 6 ottobre o al loro incarico".

Ed allora è arrivata la mazzata finale con la spiegazione più puntuale dell’infondatezza delle polemiche fornita, in un’intervista all’Ansa, l’altro giudice della Consulta presente alla cena a casa di Mazzella. Secondo Paolo Maria Napolitano, è la richiesta di dimissioni avanzata dall’Idv a poter essere interpretata come “un tentativo di intimidazione”. “Alcuni per ignoranza, altri per malafede - ha spiegato il giudice - hanno confuso e confondono il ruolo del giudice costituzionale con quello di normali Tribunali, Corti di appello etc. È chiaro che un giudice di Tribunale non può andare a cena, pranzo o colazione con persone che deve giudicare. Ma in questo caso è diverso: noi non giudichiamo mica il presidente del Consiglio dei ministri, noi giudichiamo sulle leggi. Poi di tutte le leggi ci sono coloro che ne beneficiano e coloro che invece vengono danneggiati da certe pronunce, ma è un effetto indiretto. Il giudice costituzionale non è un giudice ordinario e non fa parte dell’ordine giudiziario. Basta leggersi la Costituzione!”.

Leggere la Costituzione? Facile a dirsi, ma per Di Pietro non è mica facile a farsi. Come dicevo all’inizio…

Dopo Lotta Continua, nasce Botta Continua


E’ di oggi la solita articolessa di tale Liana Milella sulla cena a casa del giudice costituzionale Mazzella e Berlusconi. Tralascio la prosa militante della Liana che inizia con un oscuro “Una lettera autorizzata "dall'alto", direttamente da Berlusconi. Nel tono, nei contenuti, nei singoli riferimenti. Quando Mazzella irrompe nel pomeriggio e turba la Corte….” sclerotiche affermazioni saldamente basate sul nulla, per poi passare raccontare quello che tutti sanno, con la consueta prosa bolsa tipica di Repubblica e concludere:
“Per i giudici delle leggi non esiste il principio dell'astensione obbligatoria proprio perché giudicano leggi, quindi oggetti astratti, ma il lodo in quanto legge ad personam, in quanto scudo di cui beneficia processualmente il solo Berlusconi…”

Ma va? “Per i giudici delle leggi (giudici delle leggi?) non esiste il principio dell'astensione obbligatoria”. E' incredibile! Ma allora è per questo che la macchietta Gandus non era obbligata ad astenersi? Ora capisco! Ma non basta, la Liana raggiunge l’orgasmo quando scrive “il lodo in quanto legge ad personam, in quanto scudo di cui beneficia processualmente il solo Berlusconi”. Ho sempre pensato che qualunque imbecille capisse che non era una legge ad personam ma “per le più alte cariche dello Stato”, quindi più soggetti da sottrarre "processualmente" ai magistrati politicizzati ed ai militonti di Repubblica. Beh, mi sbagliavo. Forse ho sottovalutato l’imbecillità congenita e la rabbia degli sconfitti che affondano sempre di più. Un'altra botta per Repubblica che dopo Lotta Continua ora si batte per "Botta Continua". Visto chi è l'ispiratore, un tizio che è già finito in manette in passato, ed abituato alle sconfitte, non c' da stupirsi più di tanto.

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sabato 27 giugno 2009

Democrazia e mancato plebiscito


Sono i grandi giornalisti che fanno grande un giornale: Piero Ostellino è uno di questi.

Scritto da Piero Ostellino

Che cos’è la democrazia? «L’Italia monocolore può attendere... Le elezioni amministrative ci consegnano un Paese palesemente spostato a destra, ma non irrimediabilmente votato al berlusconismo» (Massimo Giannini: «Il Cavaliere in frenata», la Repubblica, 23 giugno). Meno male, dico io. Il plebiscito non è una buona cosa neppure in democrazia. Ma non mi pare che questa sia anche l’opinione di Giannini, al quale una cosa, invece, sembra stare soprattutto a cuore: sminuire Berlusconi. Scrive, infatti, ancora: «Il sogno plebiscitario di Berlusconi svanisce nelle trame oscure della sua personale 'Velinopoli'. L’onda alta e lunga del berlusconismo si infrange sugli scogli di Casoria e sulle spiagge di Bari». E qui non ci siamo, non ci siamo proprio.

«Il sogno plebiscitario di Berlusconi» non si è infranto per quattro ragazzotte, ma contro le leggi della democrazia; che vogliono che una parte vinca, e governi, ma anche che la parte sconfitta sopravviva come forza di opposizione. Sarebbe del tutto comprensibile se Berlusconi, in cuor suo, si rammaricasse di non aver raggiunto il plebiscito; l’uomo politico tende sempre al massimo consenso. Assai meno comprensibile è che un giornalista se ne compiaccia, non perché così vuole la buona regola democratica; per avversione all’uomo politico, alla vittoria del quale tende, così, a negare piena legittimità: non avendo stravinto è come se avesse perso. Un nonsenso. Riassumo: 1) in democrazia, è meglio che una parte non vinca troppo e la controparte non perda troppo quali ne siano i colori; 2) vince le elezioni, e governa, chi ha più voti, anche uno in più; questo, e solo questo, conta; 3) il centrodestra ha vinto le elezioni; il resto sono chiacchiere.

Merita, allora, qualche riflessione anche quel genere di giornalismo che pretende di svolgere una funzione di supplenza di una parte politica. Nulla di illecito; ma due anomalie. La prima è che il giornalismo che esercita una funzione di supplenza di una parte politica, anche se ne trae beneficio editoriale, non ci guadagna, invece, in credibilità, perché confonde la Testimonianza (che è il solo modo di fare buon giornalismo) con la Propaganda (che non è né giornalismo né politica). La seconda anomalia è che — anche se il giornale ne guadagna in copie — non è detto che il partito del quale esercita la supplenza ne guadagni in voti. Così, abbiamo un giornale che si è ingoiato un partito e la cui linea editoriale gli elettori credono sia la linea politica del partito ingoiato; il quale non ne ha alcuna. E perde.