sabato 6 febbraio 2010

L’arma vincente in politica? Un sorriso!



Il sorriso è una componente straordinaria di un uomo, la cui forza forse non è ben conosciuta. Lo diceva Madre Teresa di Calcutta: “Non capiremo mai abbastanza quanto bene è capace di fare un sorriso”. Io sono d’accordo. Lo sa bene chi fa il benzinaio, il pizzaiolo, il commesso, il rappresentante di commercio e farei notte ad elencare le categorie a cui il sorriso farebbe tanto bene persino ai loro affari, ma che spesso non usano anche se non costa nulla, sbagliando. Ci sono anche sorrisi straordinari, indimenticabili. Chi non si è commosso ai sorrisi dei bambini di Haiti, che pure avevano perso tutto?

Il sorriso dunque panacea di tutti i mali? Non proprio, purtroppo. Ad esempio un anonimo ha scritto “Credo che si dovrebbero pagare le tasse con un sorriso. Io ci ho provato, ma loro volevano i soldi”. Ma io intendo parlare dell’arma del sorriso in politica. E qui la cosa si complica.

Nella Prima Repubblica sorridere era forse considerata una stravaganza, a cui certo non indugiavano Moro o Berlinguer, tanto per dire. Forse chi sorrideva di più era Fanfani, anche se francamente mi sfugge cosa avesse da ridere dopo quello che gli aveva fatto la natura. Insomma, sorridere in quegli anni, nei quali parlare di “membro del Consiglio” era considerato disdicevole non tanto per il Consiglio quanto per quell’ambiguo “membro” non era una sgambata.

L’ingresso trionfale del sorriso in politica, assieme a tante altre innovazioni nella comunicazione, lo si deve indiscutibilmente a Silvio Berlusconi. “Digiamolo” come direbbe ‘Gnazio La Russa, il sorriso è l’immagine stessa di Berlusconi. Nelle foto della sua carriera, nelle vignette satiriche delle migliori “matite” sino al mitico Giannelli, il sorriso è sempre l’imprinting che lo distingue. Soprattutto nelle foto perché proprio lui che ha creato la televisione commerciale sa che le immagini televisive evaporano, le foto restano. Ricordo che alla vigilia delle trionfali elezioni del ’94 dissi ad una amico di sinistra “Berlusconi vincerà e ti sorriderà coi suoi 38 denti (sei più della norma…) da tutti i canali televisivi!”. Ebbene, questa immagine di Berlusconi sorridente da ogni dove, sembrò atterrirlo più della immane sconfitta. Non potevano mancare le critiche: “Sorride sempre, mettendo in mostra denti perfetti. Con quel sorriso sottolinea la promessa di un epilogo felice, di un sogno nel quale ognuno di noi si può identificare, testimoni del suo successo sociale, economico e politico”. Che altro si può pretendere da un semplice sorriso?

Concludendo, gli inesperti credono che sorridere sia una cosa facile. Niente di più falso! Dal sorriso al ghigno c’è soltanto un passo. Il sorriso di Prodi ad esempio sembrava un buco nero senza denti e conteneva già in sé la immane sconfitta biblica della sinistra. E se guardate le foto odierne di Bersani e Di Pietro al congresso dell’Idv mentre si sorridono, potete persino indovinare cosa pensano l’uno dell’altro: “Un vero buffone non può farsi beffe di un vero buffone. Uno dei due deve essere falso!”. Questo lo si intuisce dalle loro espressioni sorridenti, ma non chiedetemi quale dei due è quello falso: questo non l’ho capito!

giovedì 4 febbraio 2010

Bologna, la rotta!


Sì, lo so, si dovrebbe scrivere “Bologna, la rossa!”. In realtà questa immagine di Bologna è nata a causa del colore rosso delle sue case e dei suoi palazzi. Poi è stata ripresa per descrivere la sua inclinazione politica. Chi ha creato questa leggenda è stato Dozza, mitico sindaco del dopoguerra a cui i conquistatori americani affidarono il primo incarico di sindaco della città. Dozza era uno stalinista convinto, ma ottimo amministratore. In più Bologna era stata lasciata in ottimo stato amministrativo persino dal podestà fascista che l’aveva in carico e tutto concorse a fare di Dozza un mito.

Andiamo veloci, per quanto possibile. Nei decenni, dopo Dozza ci furono altri sindaci, alcuni di buon livello, altri meno. Ci fu l’interruzione di Guazzaloca che vinse contro una tizia romana fuoricorso coi capelli rossi che studiava a Bologna. Guazzaloca vinse per poche centinaia di voti ma amministrò bene. Così, al momento della rielezione, fece la genialata di non fare campagna elettorale: ho amministrato bene, mi rieleggeranno, pensava. Pensava male: elessero Cofferati che si confermerà essere uno sfigato sindacalista il cui unico risultato fu di essere il peggior sindaco che Bologna abbia mai avuto ed a cui tutto venne perdonato. La mala amministrazione, i lavori della metropolitana già finanziata che finì a Brescia. Tutto. Fuorché, da cremonese, mettere il vino rosso nel brodo coi tortellini. Tortellini bolognesi, mica quelli cremonesi! Fu questa gaffes che più indignò i bolognesi!

Ma com’è il popolo bolognese? I bolognesi si ritengono simpatici. Non so se sia vero, ma credo sia dovuto in gran parte alla loro parlata rotonda, che muove al sorriso di simpatia. In realtà sono stati i più grandi fascisti e poi i più grandi comunisti. E questo non muove ad alcun sorriso: sembrano essere, anzi sono, piuttosto estremisti. I bolognesi si ritengono anche più intelligenti della media nazionale, ed io credo che sia vero. Però dopo Cofferati eleggono Delbono ed in sua sostituzione pregano in ginocchio il reggiano Romano Prodi, i cui insuccessi come l’Ulivo mondiale sono planetari, di fare il sindaco!

E qui, spiace dirlo, ma sulla intelligenza del popolo che ha creato il mito della superiorità comunista e bolognese sembra mostrare qualche crepa. Per due motivi che sintetizzo:

a) Prodi è stato più volte ministro, due volte presidente del Consiglio, a capo dell’Ue: perché diavolo dovrebbe amministrare un cesso di amministrazione comunale bolognese ridotta in macerie? Ehhhh?
b) Lui è reggiano e Bologna gli piace, ci vive. Ma non al punto da sacrificare la sua carriera, già ampiamente compromessa, a favore di ex fascisti ed ora comunisti che cambiano solo nome. Come se Riina cambiasse il cognome in Rossi per cancellare tutto! Lui rifiuta ora di tirarli fuori da dove sono caduti

Conclusione. I comunisti si sono sempre dimostrati scaltri. Ora tocca ad altri. Si poteva votare a il 28 e 29 marzo? No, dice il governo, perché le dimissioni di Delbono sono avvenute dopo il termine utile. E allora quando si voterà? E' lo stesso Maroni a spiegare: «Alla scadenza del termine previsto per la conferma delle dimissioni del sindaco di Bologna, cioè il 18 febbraio, nominerò il commissario che gestirà il Comune fino alle elezioni amministrative». Quindi? “Ci vorrebbe un decreto legge per votare il 15 giugno”. Oppure? “Si voterà nel 2011 e nel frattempo Bologna viene commissariata”.

Meglio il 2011. Vero che sino ad allora nulla si muoverà, grandi lavori compresi, sviluppo e così via. Ma i comunisti (sì, lo so ora hanno cambiato nome, ma sono rimasti sempre lì…) tanto voterebbero anche peggio. Meglio sperare in un buon commissario…!

O no?

Corrado Augias: l’insostenibile leggerezza dell’essere



Il Corrado è uno dei tanti totem della intellingentzia della sinistra italiana per la quale quale, con la coscienziosità che lo ha sempre distinto, contribuisce al seppellimento anche se avrebbe ancora qualche anelito di vita, che viene così soffocato.

Ha una sua trasmissione, che sicuramente ignorate come la quasi totalità degli italiani e che si intitola “Diario italiano” naturalmente su Rai Tre, anche se è più noto per l’ondina civettuola che adorna da sempre la sua fronte. Gli ascolti sono da prefisso telefonico, ma a lui sta bene, almeno sotto l’aspetto economico. Qualche giorno fa prese le difese delle piccole medie imprese italiane. La cosa mi fece piacere, perché da tempo sostengo assieme ad autorevoli economisti che chi manda avanti la baracca in Italia non è il canadese Marchionne con le sue sovvenzioni e la sua fabbrica di disoccupati che è la Fiat, ma sono i piccoli imprenditori, appunto.

Corrado Augias col suo dire soporifero, sosteneva una cosa giusta. “I piccoli imprenditori hanno spesso intuizioni straordinarie. Io ho visto, da parte di un piccolo imprenditore, una invenzione geniale di un piccolo ferma capelli che ne sono sicuro avrà molto successo”. Naturalmente per questo trombone, un piccolo imprenditore fa piccole invenzioni. Visto da un veterocomunista è assiomatico. Invece non è così.

Eccovi una storia diversa. Voi sapete che il common rail è da tempo la soluzione che ha trasformato – in tutto il mondo! – la tecnologia dei motori diesel. Prima erano lenti e rumorosi: ora sono più silenziosi e come prestazioni sono straordinari. Chi ha inventato tutto ciò?

Wikipedia recita “Il common rail è un sistema di alimentazione montato su motori diesel ideato nel 1997 dalla Fiat (con brevetto Magneti Marelli)”. Questo è palesemente falso. A suo tempo avevo corretto Wikipedia, ma poi la Fiat ha ripristinato il tutto. Il “common rail” è stato inventato da una piccola azienda di Bari, la Elasis srl che si rese presto conto che da soli non avrebbero potuto ricavarne molto e la offrirono alla Magneti Marelli allora della Fiat presieduta dall’Avvocato, che era al momento più impegnato con le banche svizzere e che tuttavia acquistò il brevetto, per non farne nulla. Così lo proposero alla Bosch: i tedeschi sobbalzarono sulla poltrona perché capirono quello che alla Fiat non avevano capito, ed acquistarono il brevetto che ha cambiato la storia dei motori diesel non solo sulle auto, ma ovunque venissero impiegati, marina compresa. Ora, ritornando indietro, anziché un minuscolo fermacapelli, quella piccola Elasis meridionale, rivoluzionò il mondo dei motori!

Corrado Augias è rimasto ai fermacapelli. Perché non prenderli e togliersi dai piedi lasciando spazio a qualcuno più giovane! Come quelli che inventarono il common rail, tanto per dire? Rendersi utile, almeno quando non c’è più nulla da salvare, grazie anche alla tua opera, sarebbe pur sempre un gesto apprezzabile anche se, naturalmente, maledettamente tardivo.

Bologna, la rotta!


Sì, lo so, si dovrebbe scrivere “Bologna, la rossa!”. In realtà questa immagine di Bologna è nata a causa del colore rosso delle sue case e dei suoi palazzi. Poi è stata ripresa per descrivere la sua inclinazione politica. Chi ha creato questa leggenda è stato Dozza, mitico sindaco del dopoguerra a cui i conquistatori americani affidarono il primo incarico di sindaco della città. Dozza era uno stalinista convinto, ma ottimo amministratore. In più Bologna era stata lasciata in ottimo stato amministrativo persino dal podestà fascista che l’aveva in carico e tutto concorse a fare di Dozza un mito.

Andiamo veloci, per quanto possibile. Nei decenni, dopo Dozza ci furono altri sindaci, alcuni di buon livello, altri meno. Ci fu l’interruzione di Guazzaloca che vinse contro una tizia romana fuoricorso coi capelli rossi che studiava a Bologna. Guazzaloca vinse per poche centinaia di voti ma amministrò bene. Così, al momento della rielezione, fece la genialata di non fare campagna elettorale: ho amministrato bene, mi rieleggeranno, pensava. Pensava male: elessero Cofferati che si confermerà essere uno sfigato sindacalista il cui unico risultato fu di essere il peggior sindaco che Bologna abbia mai avuto ed a cui tutto venne perdonato. La mala amministrazione, i lavori della metropolitana già finanziata che finì a Brescia. Tutto. Fuorché, da cremonese, mettere il vino rosso nel brodo coi tortellini. Tortellini bolognesi, mica quelli cremonesi! Fu questo che più indignò i bolognesi!

Ma com’è il popolo bolognese? I bolognesi si ritengono simpatici. Non so se sia vero, ma credo sia dovuto in gran parte alla loro parlata rotonda, che muove al riso. In realtà sono stati i più grandi fascisti e poi i più grandi comunisti. E questo non muove alcun sorriso: sembrano essere, anzi sono, piuttosto estremisti. I bolognesi si ritengono anche più intelligenti della media nazionale, ed io credo che sia vero. Però dopo Cofferati eleggono Delbono ed in sua sostituzione pregano in ginocchio il reggiano Romano Prodi di fare il sindaco!

E qui, spiace dirlo, ma il livello di stupidità dei bolognesi si rivela in tutta la sua drammaticità. Per due motivi che sintetizzo:

a) Prodi è stato più volte ministro, due volte presidente del Consiglio, a capo dell’Ue, perché diavolo dovrebbe amministrare un cesso di amministrazione comunale bolognese ridotta in macerie? Ehhhh?
b) Lui è reggiano e Bologna gli piace, ci vive. Ma non al punto da sacrificare la sua carriera, già ampiamente compromessa, a favore di ex fascisti ed ora comunisti che cambiano solo nome. Come se Riina cambiasse il cognome in Rossi per cancellare tutto!

Conclusione. I comunisti hanno sempre fatto i furbi. Ora tocca ad altri. Si poteva votare a il 28 e 29 marzo? No, dice il governo, perché le dimissioni di Delbono sono avvenute dopo il termine utile. E allora quando si voterà? E' lo stesso Maroni a spiegare: «Alla scadenza del termine previsto per la conferma delle dimissioni del sindaco di Bologna, cioè il 18 febbraio, nominerò il commissario che gestirà il Comune fino alle elezioni amministrative». Quindi? Ci vorrebbe un decreto legge per votare il 15 giugno. Oppure? Si voterà nel 2011 e nel frattempo Bologna viene commissariata.

Meglio il 2011. Vero che sino ad allora nulla si muoverà, progetti e grandi lavori compresi, sviluppo e così via. Ma i comunisti (sì, lo so ora hanno cambiato nome, ma non la faccia…) tanto voterebbero anche peggio. Meglio il commissario…!

O no?

sabato 30 gennaio 2010

Le inutili crociate di Crociata


La Conferenza Episcopale Italiana è l'unica il cui presidente non viene eletto dai membri ma è nominato personalmente dal papa in qualità di primate d'Italia. La C.E.I. gestisce l'otto per mille versato dagli italiani e destinato alla Chiesa Cattolica, quindi ne risponde agli italiani che la finanziano, come è loro diritto. E’ presieduta attualmente da Angelo Bagnasco, vescovo di Genova, di cui sono note le esternazioni in passato sull’operato del governo ed i giudizi severi sugli italiani, che tuttavia gli forniscono il denaro per le sue sontuose riunioni e per la sua opera in favore dei poveri, lui che certamente povero non è.

Nuovo segretario CEI è il siciliano Mariano Crociata, non nuovo ad esternazioni un pò stravaganti. Ecco l’ultima in ordine di tempo:
“Le nostre statistiche dimostrano che le percentuali di criminalità fra italiani e stranieri sono uguali se non identiche. La considerazione di fondo sugli immigrati resta la dignità di ogni persona umana che non può essere oggetto di giudizio e pregiudizio, come ha ricordato il Pontefice". Si è espresso in questi termini il segretario generale della Cei, mons. Mariano Crociata, in merito a quanto ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sul fatto che vi sia uno stretto rapporto fra crescita dei crimini e presenza degli immigrati. Crociata ha infatti tenuto questa mattina la conferenza stampa conclusiva del Consiglio episcopale permanente.”


La svista del monsignore è evidente e come spesso gli accade, ha capito fischi per fiaschi. Berlusconi si riferiva agli “immigrati clandestini” non a quelli che lavorano in Italia. Anche un bambino della parrocchia capisce che se uno arriva, sconosciuto, in Italia, è giovane e vigoroso e non ha un posto per dormire, non ha cibo, non ha una fonte di reddito ha poche scelte: deve prendere quello che gli serve a chi ce l’ha, specie se è vecchio e indifeso. Non a Bagnasco ed a Crociata, che da bravi predicatori, tuttavia vivono ultraprotetti e gli immigrati clandestini a loro non torcono neppure un capello. A noi sì. Lo dicono “le nostre” statistiche.

La Cei si distingue spesso per affermazioni antitaliane. Salvo poi mangiare nel piatto nel quale sputa, con un fare poco cristiano o semplicemente umano. Ad ogni esternazione, calano i versamenti dell’8 per mille alla Chiesa. Meglio darli allo Stato, perché in fondo siamo noi stessi e non i Crociata.

lunedì 25 gennaio 2010

Ma con che faccia il Pd va alle elezioni?


Partiamo subito da un dato di fatto incontestabile: gli eredi del Pci hanno cambiato tante volte il nome al proprio partito, per far dimenticare la loro origine, che però non hanno mai rinnegata. Un altro dato di fatto che è sotto gli occhi di tutti è che gli orfani del Pci non hanno mai voluto presentarsi alle elezioni con la loro faccia. A meno che non consideriate Romano Prodi un vecchio marxista anziché il solito democristiano di sinistra, il che non è la stessa cosa. Insomma, gli ex comunisti non ci hanno mai messo la loro faccia e Prodi sarà pure un mediocre a tutto tondo, ma almeno lui ce l’ha messa ed ha pagato anche duramente questa compagnia di giro.

Ora, con che faccia il Pd di Bersani va alle elezioni? In Puglia il governatore uscente è Nichi Vendola, comunista andato con Bertinotti. Per qualcuno ha amministrato bene, per altri no, ma a decidere saranno comunque gli elettori. Ma qui veniamo al punto: il Ras pugliese D’Alema non lo vuole ma soprattutto non lo vuole il solito Dc di sinistra: Casini! Primarie da cui Vendola esce vincente. La faccia del Pd in Puglia sarà quindi quella di un comunista convinto.

Lazio. Qui è peggio che andar di notte. La faccia del Pd è rappresentato da Emma Bonino, una vecchia abortista radicale nella città di Ratzinger è già qualcosa che lascia perplessi. Ma anche i bambini sanno che se telefoni alla Bonino risponde Pannella, ormai un rottame della politica che lui vede attraverso i fumi di sostanze che lo tengono in piedi, ma a che prezzo! Dire che l’eventuale conduzione della regione Lazio in mano ai radicali sarebbe una cosa tranquilla sarebbe come considerare un uomo Marrazzo: una cosa che non sta in piedi!

Queste, per ora, le facce prestate al Pd, il maggior partito della sinistra. Mi chiedo e vi chiedo: ma non dovrebbe essere proprio il Pd a prestare la faccia agli altri esponenti di partitini e schegge di partitini? Invece sono loro a prestare la loro faccia, che faranno pagare a caro prezzo.

A Bologna Prodi si è fatto prestare la faccia da Delbono perché lui non era disponibile, chissà perché: dopo pochi mesi Delbono ha perso la faccia per una storiaccia di amanti, segretarie e viaggi in Paesi esotici e si è dimesso. Sono curioso di vedere le altre facce, con le quali il Pd si presenterà alle elezioni, ma temo il peggio.

Bersani alle agenzie di stasera ha dichiarato “Andremo avanti!”. Mi ricorda il finale di un racconto che recitava “…e il principe montò a cavallo e fuggì in tutte le direzioni”. Preciso!

domenica 24 gennaio 2010

La giustizia “alla bolognese”


Bologna, da città “vetrina” del comunismo sta vivendo la crisi della sinistra ma non in modo tragico, anzi la vive in modo quasi allegro e forse un po’ ridicolo. Non a caso qui domina e vive Romano Prodi famoso per aver affossato definitivamente le speranze della sinistra con un governo che vanta due primati: la minor durata ed il peggiore della storia repubblicana.

Bologna, dopo la parentesi di Guazzaloca, unico sindaco del dopoguerra che non fosse comunista o post comunista, è ritornato a bomba con l’elezione di Cofferati che è venuto a Bologna, ha messo incinta una tizia che non era la moglie con la quale è andato a convivere a Genova, perché di essere rieletto non se ne parlava proprio. Come sempre è stato mandato tra i rottami di Bruxelles come da tradizione della sinistra. Ora è il turno di Flavio Delbono, ex vicepresidente della Regione, chiamato a fare il sindaco. Ha iniziato subito bene: con uno scandalo che il Corriere ha chiamato “Cinzia Gate” dal nome della segretaria con la quale faceva viaggi in Paesi esotici con soldi pubblici, stando alle accuse della ex amica che gli era a fianco in quei viaggi, quindi dovrebbe essere bene informata. Questo per il Comune.

Alla presidenza della Regione invece c’è Vasco Errani. Lo ricordate? Massì, quello che se la rideva assieme a Pecoraro Scanio al funerale dei nostri carabinieri uccisi in Afghanistan. Non si sa di cosa ridessero tanto, è sperabile non per quei ragazzi morti. E la giustizia, che c’entra? Bologna ha avuto in passato un procuratore capo a cui Di Pietro con le sue sortite fa un baffo: Enrico Di Nicola. E’ diventato celebre perché quando due immigrati sodomizzarono una ragazzina davanti al fidanzatino nel Parco di Villa Spada, lui se ne uscì dicendo che “in un Paese dove il premier invita a non pagare le tasse, poi succedono queste cose!”. Insomma era colpa di Berlusconi. E quando i ragazzi dei centri sociali decisero di mettere in scena “La Madonna piange sperma” lui sostenne che non era blasfemìa “perché la Madonna non è una divinità!”. Il Cardinale Caffarra sorrise e lo pregò di occuparsi d’altro e di lasciare la dottrina a chi la conosce. I ragazzi dei centri sociali, con più buonsenso, rinunciarono al progetto sostenuto dal procuratore. Vasco Errani, smesso di ridere ai funerali, ha chiamato questo personaggio come consulente per la giustizia in Regione. Nel suo palmares figura aver affossato tutte le denunce contro la Regione, firmare gli appelli di “Repubblica” e andare ai congressi dei dipietristi, secondo il Giornale.

Questa è la mitica Bologna oggi: sporca, piena di scritte su ogni spazio disponibile e passata al ruolo di primo piano tra le città meno sicure in Italia. Io ricordo ancora quando, di sera tardi si andava in centro a vedere le vetrine e le ragazze passeggiavano e andavano in pizzeria. Ora, neppure io mi azzardo ad andare a fare due passi in centro dopo cena perché ho paura. Qui ti rapinano per pochi euro e talvolta ci scappa il morto. Consola il fatto che nessuno di questi protagonisti è bolognese: Delbono è mantovano, Errani è ravennate, Di Nicola è teramano e Romano Prodi è di Reggio Emilia. Che c’entra, direte voi? C’entra, c’entra!